L'Uomo è più grande della sua ferita - IPAE Cs





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L'Uomo è più grande della sua ferita

S.U.R. - I.P.A.E. - Cosenza
Istituto di Antropologia Personalistica Esistenziale
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L’uomo è più grande della sua ferita:
dalla Psicoterapia all’Antropologia Personalistica Esistenziale *

Abstract:
L’essere umano non più “caso clinico” è persona in cerca d’aiuto, la cui ferita è intesa come occasione, nel divenire della sua esistenza, di evoluzione per creare: verità, libertà e bellezza.

In principio ci fu la filosofia, poi seguì la psicologia e la psicoanalisi, come analisi dell’inconscio, presa di coscienza…, ma non fu sufficiente, bisognava curare ( terapeia, parola sanscrita: affidarsi), ora non basta, bisogna dis-identificare l’essere umano dalla confusione con la ferita ed il trauma.

L’operatore diventa un maestro di vita che crea nell’alchimia della nuova relazione bellezza esistenziale, dando un significato al trauma che si inserisce nella globalità della vita della persona.

Relazione
Dalla Psicoterapia all’Antropologia Personalistica Esistenziale, perché l’uomo è più grande della sua ferita, per la creazione di un operatore che è l’antropologo personalista esistenziale capace di essere un catalizzatore della trasformazione umana e che faciliti la formazione di una coscienza globale, il cui agire va verso un’interdisciplinarietà che educhi al ben-essere.

L’uomo è più grande della sua colpa, del male ricevuto e fatto, l’essere umano travalica l’errore suo e dell’altro.

La vita ci insegna che non c’è crescita senza errore e/o trasgressione: ci si evolve fra tentativi ed errori.

Colui o colei che chiede aiuto ha bisogno di uno spazio di libertà, dove scopre la possibilità di diventare sovrano della propria vita e per realizzarlo attraversare il perdono conquistando una nuova spiritualità. Il perdono non va inteso come condono o assoluzione, ma come un dono che ci si fa per rendersi liberi, un atto d’amore primariamente fattonei propri confronti e perché no? Nei propri interessi, e nello stesso tempo un lasciar perdere, perché se io continuo a soffermarmi nel mio odio per me e per l’altro perdo di vista la mia vita.

Bisogna dis-identificare l’essere umano dalla confusione con la ferita e il trauma. L’operatore diventa un esperto delle “leggi della vita”, che crea nell’alchimia della nuova relazione bellezza esistenziale, dando un significato al trauma che si inserisce così nella globalità della vita della persona.

Io ricordo che quando la mia attività professionale era, prevalentemente, quella di medico internista, il rapporto con i pazienti era caratterizzato da un senso di inadeguatezza: mi rifiutavo di essere un medico che inseguiva e correggeva un sintomo, un medico-meccanico immerso nell’assoluto onnipotente del suo determinismo.

L’iperteso sapevo che era una persona che viveva in una perenne situazione di fuga o attacco, senza riuscire a dare una risposta e trovare una soluzione. Risolvere il sintomo con validi virtuosismi farmacologici portava una soluzione immediata, ma non dava la risposta esistenziale alla richiesta d’aiuto che il sintomo rappresentava; sapevo anche che dietro un tumore cera un trauma disperante, una pretesa di eternità, un’incapacità a morire e rinascere che produceva cellule tumorali, cioè cellule che hanno la stessa pretesa.

Il sintomo psicosomatico, la sua alexitimia (mancanza di suono, di parola al sentimento), per es.: nel cardiopatico svelava l’incapacità di avere coraggio ( agire con il cuore ), perché nel cuore si incontrano l’energia dell’esistenza, gli affetti, i sentimenti e la passione della vita.

Fu il momento di uscire da un riduzionismo di una concezione cartesiana e quindi scissa dell’uomo, tra res extensa e res cogitans, da una frammentarietà, che è vero, ha portato ad un grande progresso tecnologico che ha dato sollievo a tante sofferenze, ma che ha fatto perdere di vista l’uomo e la sua umanità.

Alla luce di questa nuova visione dell’uomo, la malattia, il disagio diventano dei messaggi, la resistenza ad un cambiamento che ci vuole riportate sulla strada del Sé.

Ed il mio Sé continuò a guidarmi alla ricerca di un nuovo progetto di vita, a quello che avrebbe dato senso alla mia vita, senza rinnegare il medico-meccanico, ma una strada lungo la quale avrei integrato il medico per un disegno più alto.

Arrivò l’incontro con i tossicodipendenti e la Psicologia Medica, ma ancora non c’era risposta ai miei dilemmi ed interrogativi, approdai prima alla Sophianalisi e poi all’Antropologia Personalistica Esistenziale di Antonio Mercurio, così arrivarono le prime risposte… .

Una nuova metodologia e nuovi ruoli nella relazione tra terapeuta e paziente; prima ci fu la filosofia, che tutti sappiamo ha il compito della ricerca della verità, poi arrivò la Psicologia, lo studio della mente, con Freudsi approda alla Psicoanalisi: l’analisi dell’inconscio per portare alla coscienza il rimosso, fu l’arrivo della peste edipica, ma questo non è bastato.

A che serve analizzare se non curi, ecco la Psicoterapia; oggi non basta curare un sintomo: una fobia, una nevrosi, una crisi di panico: l’uomo, con Antonio Mercuriodiventa Persona, un andare oltre il sintomo. L’uomo-persona inteso come colui, che grazie alla malattia, all’incidente, diventa capace di amare, di amarsi ed essere amato nella libertà e nella verità e che è primariamente finalizzato a se stesso e a nessun altro.
L’uomo, come persona, si riprende il proprio destino di cui ne è responsabile: è l’homo fabersuaecuisquefortunae, un nuovo umanesimo per una nuova umanità.
Abbiamo la responsabilità di evolverci attraverso l’incontro con il principio paterno per uscire da magma indifferenziato del materno, in modo tale che conoscendo i propri limiti possiamo dare i giusti limiti all’altro.

Una visione olistica, quindi, dove la persona non delega al medico, al terapeuta etanto meno al farmaco la sua salvezza o trasformazione, ma scopre dentro di se, attraverso l’amore inteso come disciplina, scelta e decisione le risorse del cambiamento.

Una metodologia che porta alla responsabilizzazione dell’altro, il quale può decidere se distruggersi o realizzare la propria vita, qualunque sia l’ostacolo che si frappone.
Questo processo può essere attuato e realizzato nella misura in cui nel porre l’attenzione, nell’insegnare a guardare la parte inconscia ed inconsapevole, va stimolata la capacità di chiedersi chi si è, cosa si vuole essere e divenire.

Se è vero che chi è preposto all’aiuto esistenziale, come lo è l’Antropologo Personalista Esistenziale, deve riproporre il mito del centauro Chirone che è il guaritore ferito, ancora più importante è che il guaritore è e deve essere il guarito.

La relazione che da oggi amo chiamare antropologica, constatato e preso atto che sono avvenute le nascite embrionali, biologiche e psicologiche, deve portare alla nascita più difficile e importante che è quella esistenziale: aiutare a separarsi dall’inconscio fattuale, rappresentato dai condizionamenti parentali e storico-culturali per diventare un essere spirituale capace di libertà, quindi autodeterminazione e responsabilità e capacità di perdonare i propri genitori biologici per sentirsi figli della vita e dell’universo.

Dare un significato al dolore, differenziandolo dalla sofferenza masochistica i cui pilastri sono: il lamento, il vittimismo e l’impianto persecutorio; il dolore è fecondo, brucia l’obsoleto e crea nuovi universi.

Non impedire il dolore, non deviarlo significa crescere più in fretta. Quando arrivano le lacrime, il dolore comincia a sciogliersi e di conseguenza il rimpianto: il piangere i ricordi, tutto ciò che era fermo e che agisce sotto la nostra coscienza, viene lavato, pulito dalle lacrime.

Spesso mi accade, nella mia professione, che alcuni mi chiedano: “perché questa sofferenza è capitata proprio a me?”, la risposta è che questo è il modo che l’universo e la vita hanno di sceglierci, di metterci il marchio, di sentirci degli eletti che hanno un compito, non solo di cambiare la propria storia, ma anche quella della propria famiglia e dell’universo stesso che ha bisogno di noi per darsi un’anima.

La vita e l’universo ad alcuni non li lasciano in pace e loro, appunto la vita e l’universo, non si riposano, essi sono il divenire e sono i nostri veri genitori.

Penso per esempio a quelle coppie che, oggivivono il dolore di una crisi e di una separazione: sono o non sono la punta più avanzata, sono o no sono coloro che stanno sperimentando un nuovo modo di vivere la coppia e la famiglia.

Dato che coppia e famiglia hanno perso il loro valore: ma sono coloro che compongono la coppia e la famiglia un valore: queste coppie sotto, la guida di un maestro, vanno verso una frontiera nuova per evolversi e far evolvere la vita e l’universo: sono quindi, appunto, degli eletti.

L’antropologo insegna che la coppia adulta è come due colonne attraverso le quali passa il vento: un Io e un Tu sui quali possiamo realizzare l’architrave del noi.

Un altro momento importante del nostro cammino è il passaggio dai meccanismi di difesa dell’Io psichico ai meccanismi di difesa ed offesa dell’ Io Persona e le leggi della vita: nel confronto, nella relazione bisogna trascendere lo psichismo, entrare in un territorio, dove, esistenzialmente, prendo coscienza del determinismo e meccanicismo della mia mente, che evoluzionisticamente ha salvato la sua integrità con i suoi meccanismi, ma imparo ad obbedire alle leggi della vita sedimentate nel mio Sé, tabernacolo del mio amore.

Come colui che è esperto nelle leggi della vita sono “condannato” ad amare per consolare la mia feritoia, lo squarcio della mia anima.

Io amo con lo strumento della parola che cura, in quanto esprime e comunica quel dolore che noi per primi abbiamo attraversato e questo la rende autorevole e veritiera, raggiunge il cuore dell’altro, ricca di esperienza profonda, e trasforma, facendosi trasformare.

La persona che ci chiede aiuto, che chissà da quando ci cerca e ci sceglie come guide e maestri è un dono della vita e il lavoro con ed insieme ad essa deve portare alla consapevolezza di considerarsi un dono.

Le nostre decisioni del passato hanno creato e dato vita al nostro destino, le nostre nuove decisioni trasformeranno la nostra vita in un’opera d’arte che integrerà quel destino che ci eravamo dati, innalzando la nostra consapevolezza e mettendoci in relazioni con altri destini ed universi.
Una rivoluzione, una nuova coscienza di aiuto, un nuovo modo di pensarsi e di pensare… .

Ognuno di noi ha un volto, un giardino felice che porta dentro, dopo averlo trovato in se, occorre insegnarlo.

La relazione come scambio d’amore dove l’unica asimmetria sia l’esperienza del dolore e della vita attraversata.

Mentre scrivo mi arriva un messaggio di una persona, in terapia con me, che chiede di aiutarlo a non pensare che è pazzo, il giorno dopo deve andare dallo psichiatra: gli rispondo che non è pazzo, ma è soltanto un meraviglioso uomo ferito.

Attivare, quindi, una profonda compassione, nel rispetto dell’identità dell’altro: io ho già percorso l’inferno ed ho salvato la vita, l’unica differenza utile.

La vita chiede di attraversare il dolore più volte, per cogliere il senso più profondo, ed ogni volta chiede, come in un fuoco nucleare, di abbandonare o bruciare brandelli di offese, ormai diventate obsolete ed inutili: violenze, odio e disprezzo verso se stessi e gli altri, si innesca, quindi, un processo profondo che porta alla conquista della libertà nella verità e alla potenzialità di amare.

E’ paradossale, ma nella mia esperienza di uomo e professionista ho sempre colto una paura incredibile di amare e della libertà: sono le realtà che più fanno paura, perché sono le vere autentiche responsabilità dell’uomo.

Il dolore come opportunità per una nuova antropologia: la Sophianalisi ha dato una risposta all’armonizzazione dell’uomo, ma non risponde al perché del dolore, ecco allora la Sophia-art che è il tentativodi portare colui che chiede aiuto da una situazione di vittima ad artista della propria vita e lo introduce nella Cosmo-art, altra perla della creatività di Antonio Mercurio, dando a chi è arrivato paziente-vittima la possibilità di raggiungere e realizzare, dopo aver recuperato la bellezza prima( quella data dalla natura e soggetta ai cicli della nascita e della morte) la bellezza seconda, quella immortalità che spetta all’artista, attraverso i cicli di morte e rinascita, che darà senso e scopo ad ogni ferita, ad ogni sofferenza, ad ogni umiliazione e che sarà il volano per attraversare gli universi.

Il bisogno, la necessità motivano, in primis, l’arrivo della persona ferita: il cammino che ne seguirà porterà al desiderio, alla capacità di rischiare, è il passaggio dal mondo materno della dipendenza, questa volta sana, al mondo paterno, all’autonomia.

La meraviglia del lavoro antropologico con l’altro, lo scambio relazionale, il dialogo ha come “conditio sine qua non “l’ascolto, non c’è dialogo senza l’ascolto, nel senso di essere capaci di dare accoglienza all’alterità dell’altro.

La relazione è amore, uno scambio di energia amorosa ed amorevole, fatta di passione, di libertà e verità, ma anche di scelte e decisioni continue, di progettualità, sapendo che non esiste l’amore disinteressato:noi amiamo ciò che è importante per la nostra crescita.

La relazione antropologica crea una coralità con un tu che fa nascere un noi, presupposto salutare per uscire dal narcisismo assoluto, fino ad arrivare a riderne, questa modalità è visibilissima quando si è convinti dell’inconsolabilità della propria pena e ci si sente unici nel proprio soffrire.
Arriva il momento di acquisire l’abilità di pensare le emozioni e sentire i pensieri per fondere la mente ed il cuore in modo tale che la mente spieghi ciò che il cuore sente, mentre sappiamo bene come la razionalità subissa il cuore.

L’amore, tatticamente, è la fusione della verità e della libertà insieme alla passione amorosa e la bellezza è fusione di opposti, di arte, saggezza e dolore.

Gli strumenti di lavoro dell’Antropologia Personalistica Esistenziale sono: l’arte, la scienza, la filosofia e la religione, strumenti formidabili per creare un cambiamento ambizioso di civiltà che investa ogni aspetto della vita dell’essere umano: psicologico, sociale, religioso, filosofico, etico e scientifico.

La bellezza estetica deve raggiungere la bellezza estatica, attraverso la pulizia del proprio cuore, così come ha fatto Ulisse, Ulisse il nuovo Edipo.
Ogni persona che cerca aiuto è un “ulisside”, cioè colui che, attraverso un percorso iniziatico, vive il passaggio doloroso, avventuroso dalla vita basata sull’Edipo psicoanalitico del furto della madre e l’omicidio del padre alla vita come dono.

Il nome Ulisse deriva dal latino: aulus edischea, coscia ferita, quella ferita procurata dal cinghiale che lo rese un re ferito, portatore di quella vulva sanguinante che incorpora il femminile e rende il maschile capace di sentire.

Per allenarsi a creare una nuova identità maschile e femminile segnalo i laboratori antropologici delle Penelopi e degli Ulissidi, creati nell’Ipae di Cosenza da Ombretta Ciapini e Bruno Bonvecchi, fucine di creatività che, nel progetto Itaca, raggiungono, nella coralità, la sintesi del maschile e del femminile del nuovo millennio.

La cicatrice di Ulisse lo rende umano: non resta l’uomo disabile, infermo, ma un pellegrino, fattivo lungo la strada del Sé.

Ulisse è l’uomo che libera le donne dal limbo della solitudine-isolamento. Le donne insegnano ad Ulisse a camminare nel proprio cuore e nel proprio sentire. Ecco perché l’Odissea è la bibbia laica, la summa sapienziale dell’uomo moderno.

Odisseo, fra i tanti significati semantici, significa la via ed è la via che ci tiene in vita, nontanto la meta.

L’Antropologia Esistenziale accoglie la patologia senza rinnegarla per prendersi cura più che curare del disagio di vivere, che è la causa di ogni malessere.
Comprendere la sofferenza altrui, rintracciare la chiave o l’evento-causa, ripartire da li per trasformare ed insegnare a chi cerca aiuto l’alchimia della sintesi tra amore ed odio: imparare ad odiare amando ed amare odiando, per distillare la verità dalla propria menzogna esistenziale ed arrivare ad una conclusione positiva, perché sia l’inizio di una nuova progettualità per facilitare il dialogo con il Sé.

Nell’ascolto capiamo e comprendiamo la storia dell’altro… che quasi sempre è la nostra storia mutatis mutandis. La parola malattia contiene la parola male, non dovrebbe esistere questo termine, ma esiste una disarmonia, un disequilibrio che vanno ristabiliti. Bisogna affrancarsi dall’angoscia di ciò che è maligno e vissuto come una maledizione: è il male che in modo ridondante ritorna come una superstizione.

Chichiede aiuto è co-creatore della sua guarigione nel momento in cui si affida, ribadisco (terapeia, dal sanscrito affidarsi) a colui che, diventato esperto nelle leggi della vita, lo istruisce lungo la via che lo condurrà al sacrario del Sé.

Importante, a mio parere, la distinzione fra isolamento e solitudine; la solitudine è la più grande conquista di un essere umano, solo chi sa stare da solo sta bene con l’altro e può vivere la condivisione. Far uscire dall’isolamento porta alla rinuncia del proprio mal-essere.

Bisogna aiutare ad essere responsabilmente soli: cioè io potrò pure insegnarti a nuotare, ma tu devi scendere nell’acqua.

In un mondo ed epoca dove l’assenza paterna segna grandi scie di dolore e paure, io come uomo terapeuta-antropologo posso diventare la possibilità, come padre oblativo, di far riemergere quel principio di realtà, fatto di autorevolezza, norma, potere di… per conquistare il proprio posto nel mondo, prendendo coscienza, profondamente, che non si può raggiungere nessun cambiamento senza sperimentare il dolore. Il confronto con il dolore e la morte è necessari per creare una nuova armonia che dalla persona vada alla coppia, alla nuova famiglia ed al sociale per creare la bellezza che non muore.

Far comprendere che l’odio dipende, in gran parte, dal proprio orgoglio, ma non dal male che è stato fatto: è il cercare aiuto il primo atto di umiltà e di amore di se per stimolare la saggezza profonda del Sé. Torna, quindi, prepotente l’importanza del perdono. Possiamo avere un istante di felicità vendicandoci, ma possiamo essere felici se riusciamo a perdonare.

L’uomo è fine a se stesso e non un mezzo per fini altrui (Kant).

L’uomo può rinunciare a tutto, ma non può rinunciare alla bellezza. Alla Vita non interessa la giustizia, non si occupa di ciò che è giusto o ingiusto, ma persegue la Bellezza.

La Bellezza è il motore che muove il mondo e l’umanità tutta più che il denaro, più che qualunque cosa al mondo: A. Mercurio.


Questo mio agire, questo mio essere lo devo oltre che ai miei genitori biologici, anche ai miei maestri Bruno Bonvecchi e Ombretta Ciapini, Direttori dell’Ipae di Cosenza dove ho acquisito la mia formazione ed al creatore dell’Antropologia Personalistica Esistenziale Antonio Mercurio e Paola Sensini sua moglie.

Ascoli 10/03/2011

Dr. Domenico Tucci

Bibliografia

Mercurio A. , “Teoria della Persona”. Bulzoni Editore, Roma, 1978.
Bonvecchi B. , – CiapiniO., “Metapsicologia Personalistica e Sophianalisi”, Ipae-Cosenza, 2006.
Chimienti E. , “Cammino di crescita verso una bellezza che non muore”. Edizioni SUR lecce, 2008.
Ciapini O. , “La menzogna esistenziale”. Ipae-Cosenza, 2007.
Mercurio A. , “Amore, Libertà e Colpa”. Roma, Bulzoni Editore, 1980.
Mercurio A. , “Le leggi della vita”. Edizioni SUR, 1984.
Tucci D. e Foglia T. ,”Principi di Sophia-analisi e Sophia-art”. Ipae-Cosenza, 2006.
Tucci D. e Foglia T. , “I meccanismi di difesa esistenziali”. Ipae-Cosenza, 2009.

 
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